Il mondo di Keith Haring

fonte articolo e foto – rockol.it – redazione musica.

La Soul Jazz Records pubblica la compilation “The World of Keith Haring” per celebrare l’artista statunitense e il suo forte legame con la musica newyorchese.

New York, fine anni Settanta. Criminalità alta, affitti bassi. È in questo scenario, tra street art e cultura hip-hop, che Keith Haring inizia a sviluppare la sua arte.
Oggi, contemporaneamente alla retrospettiva dedicata all’artista statunitense presso la Tate Liverpool, la Soul Jazz Records gli rende omaggio con “The World of Keith Haring”, una compilation per ricordare la sua grande passione per la musica, le sue principali influenze e i musicisti a lui vicini.
Fab 5 Freddy, Talking Heads, Sylvester, The Jonzun Crew, Yoko Ono, Johnny Dynell, Art Zoyd, Gray (la band di Jean-Michel Basquiat) e Class Action sono solo alcuni nomi inclusi in un questo doppio CD arricchito di un booklet di 48 pagine.

Keith Haring si trasferisce a New York alla fine degli anni Settanta. È una spugna che assorbe stimoli, correnti, influenze; conosce Robert Mapplethorpe, Kenny Scharf e Jean-Michel Basquiat prima, Andy Warhol poi. 
Inizia a disegnare i suoi graffiti in metropolitana, tratti semplici, col gessetto bianco sui riquadri neri dedicati agli spazi pubblicitari.
È un’arte effimera, che nasce e muore in un istante, cancellata o coperta dai manifesti, di cui si è conservato il ricordo anche grazie all’obiettivo di Tsweng Kwon Chei, che lo immortala in quelle imprese underground.

Quello di Haring è un modus operandi che trasmette un messaggio forte: “Ho realizzato che tantissime persone potrebbero godere dell’arte se solo ne fosse data loro la possibilità. Non si tratta del pubblico che ho visto nei musei o nelle gallerie ma di uno spaccato di umanità che travalica ogni confine”.

La volontà di creare un ponte tra la classe alta delle gallerie e il mondo dei graffiti metropolitani è anche alla base dell’inaugurazione del suo Pop Shop, a SoHo (Manhattan), nel 1986, dove le sue opere vengono vendute a prezzi accessibili a tutti.

Attivismo, lotta al razzismo, campagne contro la droga, sesso sicuro, battaglie contro AIDS e omofobia sono le tematiche ricorrenti nell’arte di Haring, dal murale “Crack is Wack” alla trasposizione delle tre scimmie sagge di “Ignorance = Fear, Silence = Death”. 
E la musica è strettamente correlata alla sua produzione.

Dal ghetto-blaster nel suo studio, per esempio, risuonano i Devo in “Painting Myself into a Corner”, il video che lo ritrae in una delle sue prime opere.
Fuori dallo studio, Haring frequenta il Club 57, insieme ad artisti e musicisti come Madonna, Cyndi Lauper, Fab 5 Freddy e Futura 2000.

È proprio con questi ultimi due che Haring organizza nel 1981 “Beyond Words”, l’“art show” di graffiti sul tetto del Mudd Club, con Afrika Bambaataa ad aprire in veste di dj, mentre dal piano di sotto risuona la musica di band quali Talking Heads e Blondie. In quell’occasione, gli artisti emergenti dell’East Village si mescolano alle celebrità dello Studio 54, come Andy Warhol e Grace Jones.
I suoi legami con la scena dell’East Village, inoltre, attirano l’attenzione di David Bowie che nel 1983 gli commissiona la copertina del singolo “Without You”, dall’album “Let’s Dance”.

Il momento decisivo che plasmerà i gusti musicali di Haring arriva quando, una sera del 1984, si imbatte per caso nel Paradise Garage, dove rimane folgorato dalla musica del dj Larry Levan: inizia a frequentare assiduamente il club, per il quale crea anche grafiche e locandine.

Questa è la New York sporca e vibrante in cui si muove Keith Haring e che la Soul Jazz, a distanza di una trentina d’anni dalla sua morte prematura avvenuta il 16 febbraio 1990, vuole ricreare in questa raccolta.
Un viaggio nel tempo che inizia con le B Beat Girls (“For The Same Man”), tra elettronica e soul, per continuare con la dance funky “It’s Music” di Damon Harris, il pop underground dei Pylon (“Danger”), i falsetti disco di Sylvester (“Over and Over”), il punk delle Girls (con entrambe le facciate della loro unica pubblicazione, il 7 pollici “Jeffrey I Hear You/The Elephant Man”), Johnny Dynell (dj di riferimento nei club newyorchesi dell’epoca) con il suo primo singolo culto “Jam Hot”, i Class Action con la hit “Weekend” (qui in versione remix firmata Larry Levan), i francesi Art Zoyd (“Sortie 134 – part 2”) con il loro progressive sperimentale, i Gray (gruppo fondato da  Basquiat, il cui nome deriva dal testo di anatomia che lo influenzerà profondamente anche nell’arte, “Gray’s Anatomy” di Henry Gray), e poi ancora Talking Heads (“I Zimbra”), Yoko Ono (“Walking On Thin Ice”) e molti altri, fino alla chiusura hip-hop con “Change The Beat” di Fab 5 Freddy.

Il risultato è una raccolta che, per quanto densa, non può essere esaustiva, ma certamente riesce a evocare l’atmosfera della Grande Mela underground di inizio anni Ottanta a cui Haring contribuì a dare una forma. 
Una forma disegnata con linee semplici e veloci, ma vive, pulsanti ed energiche ancora oggi.

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